venerdì 17 aprile 2009



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Ero scomparso, avevo abilmente eluso ogni controllo ma, per mia stessa volontà, sono ora qui. Roma non è cambiata, non cambia mai. Io la devo cancellare dalla mia vista e la scavalco con sempre più maestria. Ignoro civilmente ogni sua regola appena necessito. Ho scavato cunicoli improbabili ma alla fine, domate le nere cloache della capitale eterna, mai davvero dome, mi sono avvicinato ancora un pò verso la mia di eternità. Ramingo, ero riuscito ad estrarre tutta l’aria inquinata dalla cella deviandola nell’altrove della rinuncia ispirata, evitando accuratamente di respirarne ancora per non attirare mosche e sospetti. Il vuoto, di passaggio, mi ha allietato in questo scontro impari. Il vuoto, di passaggio, ha tentato di sciogliermi nell’acido. Da bambino un giorno cercai di svuotare il mare con il secchiello, allora assaporai davvero la frustrazione dell’impotenza, della non importanza, della realtà parziale, dell’infinitamente piccolo. La prima crepa sull’azzurro d’un muro estivo. E’ vendetta quella che brucio adesso per muovermi, rancore autogeno mascherato da ingegno. Rabbia schiumosa su scogli taglienti. Consumo tacchetti, deformo pignoni, staro cambi. Sudo, brucio, circumnavigo me. Ogni singolo dente della corona, inanellato dal maglio della catena in trazione è un giorno possibile della mia vita, continuamente in movimento, fermo, inattivo o essenziale. Autoclave e ferri sterili, deflussori, trasfusori. ecco cosa tratto ora, la materia volatile tutt’intorno. La tengo a bada, “Mi dispiace, festa privata.” Dico. “ho problemi con la gente.” penso. “Eliminare i fritti.” E sorrido ai vetri che comunicano con stanze di vite sospese, baratri di speranza. Grumi scuri di sangue morto e scintilanti sacche rosse di vita. Mi maschero e vedo solo i miei occhi riflessi. Li chiudo, espiro profondamente fin l’ultimo alito, quindi torno al mondo.

martedì 24 febbraio 2009

esercizio di grammatica per la fantasia

L' aria era calda e ferma, erano giorni d'inferno. I marciapiedi vuoti vegliavano sui muri sporchi e logori. Silenzio, finestre chiuse e ancora silenzio. Ecco come si stava. Non erano tempi quelli di affollare le strade. No, non era per niente una buona idea farsi vedere in giro e comunque non è che si potesse andare chissà dove. Eravamo troppo, veramente troppo lontani dal centro. Dimenticati e dimentichi, oserei dire, di certe basilari umane necessità. Non ho mai avuto le palle di rivendicare un agorà tutta nostra, del quartiere intendo. Tanto meno mi è mai passato per la testa di crearne una. Chi aveva voglia di farsi dei nemici? E all'epoca era eccessivamente facile averne. Mi rendo conto, parlo confuso, ma sono molti gli anni passati dai fatti e per poter arrivare qui a raccontarvi qualcosa ho dovuto dimenticarne molto. Tutto cominciò con l'insediamento del nuovo presidente. L'atmosfera era vibrante giù in città, io ci andavo spesso, era ancora possibile, senza problemi. Ero del movimento, nel movimento. Ricordo ancora svettare i palazzi, le finestre che si perdevano su nel cielo tutte uguali. Luci e specchi ovunque. Le bandiere, quante bandiere, con simboli e slogan, gente da ogni parte. Non ci sono più tornato, non so neanche se esistono più quei posti e a dire il vero ormai non me ne importa poi molto. Camminai per giorni interi senza incontrare nessuno quando partimmo per combattere. Eravamo in un deserto e un giorno ci perdemmo. All'inizio pensavamo che il presidente non ci avrebbe abbandonato, tempo uno, massimo due giorni e sarebbero arrivati, ma niente. Morirono tutti, tranne me, che fra le allucinazioni della sete e del caldo decisi di andare verso est abbandonando i ranghi. Scoprii che per loro c'era solo il monotono proseguire delle sabbie per almeno duemila chilometri. Non mi presi neanche la briga di andarli a cercare. Il fatto era che ci avevano mentito, eravamo stati traditi, non c'era niente per noi, e quello era un modo molto efficace per farcelo capire, o meglio, subire definitivamente. Quando tornai l'aria si era fatta diversa, i contatti sfilacciati fra le persone, le cose ed i luoghi. Non era più così scontato poter arrivare da qualche parte e questo cambiamento lo assaporai prima di tutto in casa. La mia famiglia era scomparsa. Non una lettera, un messaggio, un indizio. Amici non ne avevo più. Chi abitava quelle case era un perfetto estraneo. Per strada c'era poca gente. Ricordo che, seduto al tavolo di un bar, mi guardavo intorno senza saper bene cosa fare. Pensavo al movimento giù in centro, alla mia famiglia ma più di tutto pensavo a come potermi vendicare. D'un tratto mi guardai intorno e realizzai che non c'erano ragazzini da nessuna parte. Non ne avevo più visto nemmeno uno. Prima era pieno. Dopo quattro, forse cinque pinte di birra, decisi di capire bene in che cazzo di posto ero tornato. Camminai per la via principale osservando senza pudore la gente. Ricordo bene la faccia del tizio che mi veniva incontro. Io lo guardavo e lui mi guardava. Sono certo che fu lui, appena ci incrociammo portò la mano all'orecchio dicendo qualcosa. Mi presero e mi sbatterono a terra in un vicolo, nessuno disse niente. Calci e pugni fino a quando non mi spensi per proteggere il sistema. La vita insomma s'era ridotta a questo, fu il primo pensiero che ebbi quando la sinergia dei miei sensi ricompose il mondo. Li contai, ricordo, e fui sorpreso che ci fossero ancora tutti. Rimasi rattrappito per terra a lungo senza muovermi. Qualcosa era rotto e capivo dal trattamento ricevuto che non era il caso di chiedere aiuto. Sorrisi però, perché almeno avevo capito dov'erano tutti i ragazzi. Strisciai con calma all'ospedale da solo. Per un po' andò bene così. Mi trovai un lavoretto e il tempo libero lo passavo in casa. Quello che so di quegli anni l'ho sentito alla televisione. Il giorno che diedero la notizia degli sbarramenti raggelai. Sbarramenti dei luoghi, delle cose e delle persone. La faccia dello sconosciuto sullo schermo mi informò che da quel momento era ufficiale, intimandomi di rigare dritto e vivere lo stretto necessario. La questione del divieto venne di lì a poco. Il presidente non si vedeva ma c' era, quindi decisero di riformare profondamente l'organizzazione che si era abituati ad avere. Mi riesce molto difficile spiegarlo a persone lontane come voi, e non so neanche se sono in grado di farlo. Mangiare diventò doloroso. Nell'estrema periferia dolevano i piedi. Poche persone a svolgere compiti basilari, e che fossero vendite o acquisti andavano fatte in fretta. Fu quando il divieto si estese oltre il limite inviolabile della pelle che cedetti. Non so come avrei potuto resistere oltre neanche oggi. Mi presero, e il buio in cui fui sprofondato non concede alla realtà una sola parola per essere espresso. La sistematicità del dolore inflitto e niente altro, avevo in testa solo ronzii confusi e fame. Mi spensi migliaia di volte e migliaia di volte tornai a vivere nella tagliente luce mai spenta del mio mondo grigio. Fuggii la notte che bombardarono. Io non lo sapevo di certo che c'era la guerra, chi attaccava e chi difendeva mi era ignoto. C'erano urla e confusione, riusci a divincolarmi e fuggii di luogo in luogo senza mai guardarmi indietro ne fermarmi. I rumori nella testa erano cacofonie metalliche e non riuscivo a distinguere le cose vere da quelle generate dal mio caos. Fu estenuante riprendere fiato, ancora di più riuscire a controllare i tremori e gli scatti del corpo. Nel buco dove mi ero rintanato ci restai a lungo e credo ci sarei rimasto per sempre se non fossero arrivati. Spensero dolcemente i miei patimenti con un ago nella carne per poi lasciarmi ricomporre molto lentamente in un letto d'ospedale. Tornare ad avere coscienza del tempo che scorre fu la cosa più bella che abbia mai vissuto. All'inizio fu inutile cercare di placare i rumori, le forme, i colori, e non fu bello per niente ricominciare a pensare, tornare a vivere. Venne il momento di pagare il conto. L'ordine aveva ancora bisogno di me. Vecchio, nuovo, cosa importava? Quella cosa che chiamo io non l'ho mai posseduta. Ho vissuto davvero soltanto nei ritorni dolorosi, mentre ricomponevo la mia forma sfigurata. Il processo alla storia mi voleva fra i giurati. Venivo chiamato insieme ad altri a giudicare fatti accaduti realmente. Cosa era accaduto? Quale era la storia? Una sera a casa lessi una frase su un opuscolo che recitava: raccontati o verrai raccontato. Ero confuso e decidere di smetterla fu la soluzione più razionale. Un racconto è scritto per essere raccontato.

lunedì 5 gennaio 2009

territorio e me

Tutto ok? Quant'è che non ci si vede? Specchio affilato t'evito ma poi alla fine mi volto.
Do le spalle ad una camera spartana. Il bagaglio è sfatto. L'ora tarda.
Roma, è trent'anni che m'affolli i ricordi. Si fanno spazio a fatica altri luoghi fra le rovine e Roma rovinata nel suo divenire. Il dubbio è se quello che permea questi ricordi, queste mura e me sia o meno in relazione con il territorio intorno.
Dice “ma sei sempre allegro? Come fai?” e io “Faccio finta di essere allegro” e lei “Capisco, fai come faccio io allora.”. Le dico “E' una difesa per non far sapere i cazzi miei e non sta funzionando.”.
Il festival del cinema, la festa de noantri, i fuochi d'artificio a San Paolo, Piazza navona a Natale, le luci messe a mestiere su ogni rudere roccioso. Salendo di notte da Piazza Venezia, l'Altare della Patria con due divise immobili e silenti, marmo bianco e scale, i cavalli militari che svettano nel cielo. Poi per via dei fori imperiali, fra colonne, mezzi muri, statue, qualche turista affascinato. A sinistra, evitando il colosseo lontano c'è via Cavour, lì si attraversa un limbo, una sfumatura percettibile, una lunga salita. Qualche localino, poi palazzi signorili, infine alberghi. S'apre Piazza dei Cinquecento, stazione termini. Il non luogo della città. Rumore d'auto e persone, continuo come lo stridio degli stormi appollaiati sugli alberi sporchi di smog. Ombra sui ruderi che affolano le vie. Sulla puzza di fast food, kebab, pizza. Sugli straccioni e le cartacce. Le bottiglie di birra abbandonate. In ombra lo spaccio e i furti con destrezza, le truffe, l'elemosina aggressiva.
I negozi cinesi riforniscono gli ambulanti operosi. I suv in doppia fila, nullafacenti che trafficano sul telefonino e guardano minacciosi. Prostituzione, usura, mille affari possibili qui. Tassisti e viaggiatori si attraversano e s'affrettano verso Roma.
Roma metro a Roma metro b. Fermate autobus sparse e informativa zero. Qualche tram, quache treno. Senza une vera interconnessione fra i mezzi, le mappe si limitano ad informare sullo stato delle cose con colori accesi e fantasie di tratto per i mezzi e i percorsi. Roma annega nel ritardo. Spesso ho pensato, adesso o mai più, bisognerà pur cominciare da qualche parte. Ho cercato di essere convincente ma ogni anno che passa vedo aumentare il divaro tra me e Roma, fra Roma e le altre città.
Romano e macchina. E moto, motorone, motorino. Microcarrette suicide. Cittadino avvelenato bloccato nel gorgo metallico, continuo a guardarti. Ho visto san pietrini divelti dalla pioggia, asfalto e buche. Pericolosi rimbalzi, improvvisi avvallamenti, slittate, fanali rotti, testacoda, sportelli rientrati, airbag, schianti frontali. Ruote nell'aria che girano ancora, sul lungotevere di Roma che sprofonda sotto il suo peso ma da l'illusione che non sia vero. Che fa pensare a Roma eterna. Un significato specifico e non solo un insieme di punti ed eventi nello spazio.
Ma non credo sia importante. Come non lo è sapere se si è o meno eterni o comprendere perchè le strade non sono sicure. Non è essere o non essere. No.
Importante sarebbe capire dove finisce termini e comincia colle oppio che poi diventa palatino aventino e ostiense,e poi testaccio marconi e l'eur, decima, mostacciano, spinaceto. E questa è solo una traiettoria possibile di confini che mi sfuggono e fuggono fuori da Roma. Non so precisamente dove sono, potrei essere sulla pontina verso napoli o sulla Salaria verso rieti o ancora sull aurelia per genova seguendola oltre, fino l'oceano. Sapere dove comincia un quartiere e finisce un' altro è fondamentale. Non sottovalutare le strade mai percorse per non trovarsi d'improvviso nel posto sbagliato. Occorre focalizzare bene dov'è che si abita. Il dove immobile dal quale poter partire certi. Non è facile, ci si perde nei carteggi catastali e nelle delibere del comune ma soprattutto tra le voci di quartiere. Potreste assistere all'accesa lite fra vecchietti per un pugno di vie contese da anni. Io stesso non potrei dire con esattezza dove sono nato. A dirlo a uno del posto, Tiburtina, occore specificare a che altezza, che perciò forse è verderocca o casal bruciato, dipende. Quartiere tiburtino è un altra cosa. Dice che molti fingono, dicono tiburtina per non dire casal bruciato che è peggio. Gli rispondo che lo fanno pure quelli dei paesi fuori dal raccordo anulare quando vanno all'estero. Vengo da Roma, dicono. Si fanno metropolitani per vanto. Mi guarda complice. Noi no, ammicca. In verità io vorrei essere assai più esotico nei natali, ma non glielo dico così. Sto divagando dal punto. Lo faccio spesso.
Ho letto che più si va avanti più la percezione dello scorrere del tempo si velocizza. Cioè succedono molte più cose, si accavallano fuori e dentro e si dimentica in proporzione. Una corsa folle verso un impatto inevitabile. Dicono che è la tecnologia, che è colpa del calendario maya, addirittura collegano il cambio di magnetismo terrestre alla ghiandola pineale. Io sono daccordo. Come dire ad un gobbo “Negli anni a venire la visione del mondo sarà sempre più bassa per l'essere umano”, non potrà non esserne convinto anche lui.

giovedì 27 novembre 2008

martedì 25 novembre 2008

Una storia

Color che ragionando andarono al fondo,
s'accorser d'esta innata libertate;
però moralità lasciaro al mondo.
Onde, poniam che di necesitate
surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
di ritenerlo in voi è la podestate.


“Ma chi me l'ha fatto fare, fumare roccie, tirare, calare, rollare...”
Ma, acchitta acchitta, biascicando e caracollando, alla fine Cappuccino Acido si perse nel bosco senza piante. “e che cazzo di bosco è?!?!” si chiese giustamente. Ma subito ancora “ l'ho pensato o l'ho detto? Cazzo, forse era meglio mangiare sano, forse....”. E s'addormentò fiera e ipoventilata dentro una teca di cristallo che guardacaso stava proprio li dove passava. “Certo che, eh cotrec, un posto così era meglio non attraversarlo” fu l'ultimo pensiero prima di lasciarsi andare. Ora, lei faceva finta di dormire, credeva di farlo, o meglio, si chiedeva: “ma sto dormendo davvero o lo immagino solo” e poi ancora “ma l'ho detto o l'ho pensato?”. Era tutto molto difficile allora per lei.
Ecco, Cappuccino non si può certo chiamare al telefono a notte fonda e pretendere ti capisca al meglio, ma di sicuro è una brava persona. Brava fintanto non gli salgono le scimmie. Tre scimmie scalatrici e tenaci, che purtroppo, a differenza delle cugine disagiate, ci vedono ci sentono e parlano. Tre urlatrici pericolose che cacano il cazzo di brutto, per farla breve.
Disse: “sto sarcofago de vetro me sta stretto, manca l'aria, aira lac nam!...Oddio sto male, elam tsoid do!! O luna silente o cielo altero, sto male, STO MALE!!!”. E grida e rigrida che ti arrivò un principe assonnato, vagamente scocciato: “esci da li allora, porca di quella troia impunita! Non bastano i draghi, le armate delle tenebre, le singolar tenzoni e le emorroidi dal troppo cavalcare. No! Pure le urla notturne della principessa spaurita! Ma vaffanculo papà, baciami le chiappe genitore-Re: “Odi le grida nella notte oscura? Le odi figliolo? Vai ragazzo mio, vai! Salva la donzella! Falla tua! Sii eroe come io lo fui per la tua venerabile madre...” vecchio regale rompicoglioni!!“ Ma in tutto questo logorroico lamentio Cappuccino era attonita, lo guardava e non capiva: “ma chi cazzo t'ha chiamato brutto pezzo di fango infetto! Levatevi dalle palle tu e le tue fisime perverse da figlio d'una sega fuori controllo!” Il principe, che pure non era un francescano, ci rimase male, chiuse la mano a cinquina e la traslò modello valanga sulla guancia sinistra di lei che sputando qualche molare misto a bile schioccò le dita. Povero principe, le tre scimmie psicotiche furono assai contente di smembrarlo per conto terzi ma ancor di più di poter succhiare midollo osseo fresco senza rischi penali. Alle grida del giovane infatti non accorse nessuno. Finalmente Cappuccino potè tornare a rilassarsi e a tentare il contatto telepatico con il bianconiglio, che gli sfuggiva sistematicamente. Faceva il vago, il fattone salterino, gli doveva bei soldi. Erano amici un tempo, poi lui s'era perso con le carte, fra allucinazioni mistiche e miste. Con la scusa che non c'era mai tempo, che la regina di cuori era infuriata e che il cappellaio era matto, disse che s'era dato alla macchia per il bene di tutti, invece era solo perso nel tunnel. Il bastardo però non sarebbe potuto scappare per sempre...Così ghignava fra se Cappuccino pregustando lo sventrio senza anestesia del batuffolo e la cena che si sarebbe poi fatta.
Certo questa non è una storia moralizzatrice nè costruttiva. Questa è solo una storia probabile. Una storia, come dire, airot sanu, che non so bene se l'ho pensata o l'ho scritta. Le scimmie stanno salivando brutte e affamate, mi guardano, il coniglio, detto anche la merda pavida, c'ha il cellulare staccato, il principe gocciola dalle pareti, sarà una rottura di palle domani raschiarlo via, io sorseggio un dubbio caldo: chi me l'ha fatto fare di fumare roccie, tirare, calare, rollare. Cazzo, forse era meglio mangiare sano, forse.... Era meglio stancarmi dell'infinitamente piccolo, dell'infinitamente grande e dedicarmi all' infinitamente medio.

martedì 18 novembre 2008

Fra papaveri rosso cremisi

Chi sei tu per vivere in tutte queste forme? Tua è la morte, tua la gloria, la pietà, la pace. Dai riposo allo spirito, comprensione, coraggio. Il cuore rassereni. E guerra in tuo nome diviene altro. La sottile linea rossa che unisce ciò che conosco a quello che posso solo immaginare. La verità che non si lascia possedere ma brilla attraverso i tuoi occhi.
Vedo un uomo morto, orribilmente mutilato e gli sguardi dei miei compagni si fanno tristi. Io sorrido fra le fronde e gli insetti. La giungla è decomposizione, lotta, amore animale. Forse gli uomini appartengono ad un unica grande anima, un unico grande essere. Tutti cercano la salvezza seguendo il proprio sentiero, come carbone tolto dal fuoco, lottano col vento.
Andremo dritti su per quella collina, e l'acqua ci darà sollievo. Occorre temere un uomo solo quando smette di lamentarsi e avanza cieco.
Lassù c'è qualcosa per proteggersi, in alto dove non arrivo a vedere troverò conforto.
Alba dalle dita rosee, fa che io non tradisca i miei simili. In te io confido, in te mi rifugio. Seguendo il tuo arco nell azzurro non ho paura se non della mia debolezza.
Colpi di mortaio avvelenano l'aria, passa il giorno, la sera s'avvicina. Neri occhi spauriti, barbe incolte, uomini poveri e soli, sfiancati dal dubbio. Non ha senso, non si hanno alternative poichè si è scelti e si sceglie senza che nulla accada.
Tosse malata e dolori allo stomaco. Umido terrore. Volo alto sopra la valle di corpi stesi a marcire.
Corriamo verso qualcosa che ti somigli, almeno in parte, anche se solo in futuro. Silenziosi e nascosti fra l'erba, affannati. C'è paura in ogni gesto.
Moriamo uno ad uno, non voglio crederlo. Urla e nebbia dopo gli scoppi. A terra! A terra. Barellieri, uomini, aiutateli. Non c'è fine, solo ordini. Non vi fermate, chiamate alto il vostro nome e aspettate risposta mentre il prato ondeggia, le nuvole ci guardano e il cielo attende.
Ho ucciso, striscio nel fango, voglio continuare a sorridere e nessuno può comandarmi, ma ho paura, molta paura. Insegnami a vedere le cose come le vedi tu.

venerdì 14 novembre 2008

Immondia

Un sacco di rifiuti da troppo tempo ad attendermi qui all ingresso. Lo guardo, è chiuso stretto e puzza. Mi avvicino e noto inquietanti ombre all' interno. Lentamente provo ad aprire il nodo che lo tiene chiuso. Infilo la mano dentro ad occhi chiusi rovistando fra umido e viscido. Annuso le dita e l'odore è acre, di morte e dimenticanza. Verità scomoda. Voglio capire meglio così comincio ad estrarne il contenuto. Carte di appunti inutili macchiate d'olio e fondi di caffè, bottiglie accartocciate, fazzoletti e muco secco. Dispongo tutto in ordine e continuo. Vado più a fondo e tocco quello che era una mozzarella bianca e succosa, piena ora di piccolissimi vermi. Ne strappo un pezzo gocciolante di siero giallastro, lo assaggio. E' acida e sento distintamente in bocca l'agitarsi delle larve, ancora per poco, mastico velocemente e tutto si riduce ad un indistinta massa tossica. Ingoio. Il tappo di uno yogurt rimane attaccato alla manica della camicia, lecco quello che ne rimane, è acido. Filamenti fastidiosi fra i denti. La nausea mi attanaglia e lacrimano gli occhi. Non piango, lacrimo. Cicche di sigarette, cenere. Ne accendo una e aspiro quel che ne rimane, catrame disgustoso. Arrivo al filtro e spengo il tizzone sull umido della verdura marcia, poi assaggio anche quella, sa di muffa. Sembra non ci sia più nulla se non liquidi fermentati e ciocche di vecchi capelli sparse un po' ovunque.
Ora la busta è vuota e occorre sia di nuovo satura di ciò che dà angoscia e vergogna. Di quello che, sperando scompaia, chiudo stretto in sacchi di plastica e getto via. Ripenso al manuale di auto liberazione, forse ho capito.
Accatastato in un angolo lo schifo inutile infilo la testa nella busta e lego stretto. Sdraiandomi sorrido, sempre più addormentato e nervoso, sempre più simile al vero. Chiudo gli occhi, finalmente smetto di lacrimare e piango. Proprio oggi ho scoperto il nome di mia figlia, Odusia.