giovedì 27 novembre 2008

martedì 25 novembre 2008

Una storia

Color che ragionando andarono al fondo,
s'accorser d'esta innata libertate;
però moralità lasciaro al mondo.
Onde, poniam che di necesitate
surga ogne amor che dentro a voi s'accende,
di ritenerlo in voi è la podestate.


“Ma chi me l'ha fatto fare, fumare roccie, tirare, calare, rollare...”
Ma, acchitta acchitta, biascicando e caracollando, alla fine Cappuccino Acido si perse nel bosco senza piante. “e che cazzo di bosco è?!?!” si chiese giustamente. Ma subito ancora “ l'ho pensato o l'ho detto? Cazzo, forse era meglio mangiare sano, forse....”. E s'addormentò fiera e ipoventilata dentro una teca di cristallo che guardacaso stava proprio li dove passava. “Certo che, eh cotrec, un posto così era meglio non attraversarlo” fu l'ultimo pensiero prima di lasciarsi andare. Ora, lei faceva finta di dormire, credeva di farlo, o meglio, si chiedeva: “ma sto dormendo davvero o lo immagino solo” e poi ancora “ma l'ho detto o l'ho pensato?”. Era tutto molto difficile allora per lei.
Ecco, Cappuccino non si può certo chiamare al telefono a notte fonda e pretendere ti capisca al meglio, ma di sicuro è una brava persona. Brava fintanto non gli salgono le scimmie. Tre scimmie scalatrici e tenaci, che purtroppo, a differenza delle cugine disagiate, ci vedono ci sentono e parlano. Tre urlatrici pericolose che cacano il cazzo di brutto, per farla breve.
Disse: “sto sarcofago de vetro me sta stretto, manca l'aria, aira lac nam!...Oddio sto male, elam tsoid do!! O luna silente o cielo altero, sto male, STO MALE!!!”. E grida e rigrida che ti arrivò un principe assonnato, vagamente scocciato: “esci da li allora, porca di quella troia impunita! Non bastano i draghi, le armate delle tenebre, le singolar tenzoni e le emorroidi dal troppo cavalcare. No! Pure le urla notturne della principessa spaurita! Ma vaffanculo papà, baciami le chiappe genitore-Re: “Odi le grida nella notte oscura? Le odi figliolo? Vai ragazzo mio, vai! Salva la donzella! Falla tua! Sii eroe come io lo fui per la tua venerabile madre...” vecchio regale rompicoglioni!!“ Ma in tutto questo logorroico lamentio Cappuccino era attonita, lo guardava e non capiva: “ma chi cazzo t'ha chiamato brutto pezzo di fango infetto! Levatevi dalle palle tu e le tue fisime perverse da figlio d'una sega fuori controllo!” Il principe, che pure non era un francescano, ci rimase male, chiuse la mano a cinquina e la traslò modello valanga sulla guancia sinistra di lei che sputando qualche molare misto a bile schioccò le dita. Povero principe, le tre scimmie psicotiche furono assai contente di smembrarlo per conto terzi ma ancor di più di poter succhiare midollo osseo fresco senza rischi penali. Alle grida del giovane infatti non accorse nessuno. Finalmente Cappuccino potè tornare a rilassarsi e a tentare il contatto telepatico con il bianconiglio, che gli sfuggiva sistematicamente. Faceva il vago, il fattone salterino, gli doveva bei soldi. Erano amici un tempo, poi lui s'era perso con le carte, fra allucinazioni mistiche e miste. Con la scusa che non c'era mai tempo, che la regina di cuori era infuriata e che il cappellaio era matto, disse che s'era dato alla macchia per il bene di tutti, invece era solo perso nel tunnel. Il bastardo però non sarebbe potuto scappare per sempre...Così ghignava fra se Cappuccino pregustando lo sventrio senza anestesia del batuffolo e la cena che si sarebbe poi fatta.
Certo questa non è una storia moralizzatrice nè costruttiva. Questa è solo una storia probabile. Una storia, come dire, airot sanu, che non so bene se l'ho pensata o l'ho scritta. Le scimmie stanno salivando brutte e affamate, mi guardano, il coniglio, detto anche la merda pavida, c'ha il cellulare staccato, il principe gocciola dalle pareti, sarà una rottura di palle domani raschiarlo via, io sorseggio un dubbio caldo: chi me l'ha fatto fare di fumare roccie, tirare, calare, rollare. Cazzo, forse era meglio mangiare sano, forse.... Era meglio stancarmi dell'infinitamente piccolo, dell'infinitamente grande e dedicarmi all' infinitamente medio.

martedì 18 novembre 2008

Fra papaveri rosso cremisi

Chi sei tu per vivere in tutte queste forme? Tua è la morte, tua la gloria, la pietà, la pace. Dai riposo allo spirito, comprensione, coraggio. Il cuore rassereni. E guerra in tuo nome diviene altro. La sottile linea rossa che unisce ciò che conosco a quello che posso solo immaginare. La verità che non si lascia possedere ma brilla attraverso i tuoi occhi.
Vedo un uomo morto, orribilmente mutilato e gli sguardi dei miei compagni si fanno tristi. Io sorrido fra le fronde e gli insetti. La giungla è decomposizione, lotta, amore animale. Forse gli uomini appartengono ad un unica grande anima, un unico grande essere. Tutti cercano la salvezza seguendo il proprio sentiero, come carbone tolto dal fuoco, lottano col vento.
Andremo dritti su per quella collina, e l'acqua ci darà sollievo. Occorre temere un uomo solo quando smette di lamentarsi e avanza cieco.
Lassù c'è qualcosa per proteggersi, in alto dove non arrivo a vedere troverò conforto.
Alba dalle dita rosee, fa che io non tradisca i miei simili. In te io confido, in te mi rifugio. Seguendo il tuo arco nell azzurro non ho paura se non della mia debolezza.
Colpi di mortaio avvelenano l'aria, passa il giorno, la sera s'avvicina. Neri occhi spauriti, barbe incolte, uomini poveri e soli, sfiancati dal dubbio. Non ha senso, non si hanno alternative poichè si è scelti e si sceglie senza che nulla accada.
Tosse malata e dolori allo stomaco. Umido terrore. Volo alto sopra la valle di corpi stesi a marcire.
Corriamo verso qualcosa che ti somigli, almeno in parte, anche se solo in futuro. Silenziosi e nascosti fra l'erba, affannati. C'è paura in ogni gesto.
Moriamo uno ad uno, non voglio crederlo. Urla e nebbia dopo gli scoppi. A terra! A terra. Barellieri, uomini, aiutateli. Non c'è fine, solo ordini. Non vi fermate, chiamate alto il vostro nome e aspettate risposta mentre il prato ondeggia, le nuvole ci guardano e il cielo attende.
Ho ucciso, striscio nel fango, voglio continuare a sorridere e nessuno può comandarmi, ma ho paura, molta paura. Insegnami a vedere le cose come le vedi tu.

venerdì 14 novembre 2008

Immondia

Un sacco di rifiuti da troppo tempo ad attendermi qui all ingresso. Lo guardo, è chiuso stretto e puzza. Mi avvicino e noto inquietanti ombre all' interno. Lentamente provo ad aprire il nodo che lo tiene chiuso. Infilo la mano dentro ad occhi chiusi rovistando fra umido e viscido. Annuso le dita e l'odore è acre, di morte e dimenticanza. Verità scomoda. Voglio capire meglio così comincio ad estrarne il contenuto. Carte di appunti inutili macchiate d'olio e fondi di caffè, bottiglie accartocciate, fazzoletti e muco secco. Dispongo tutto in ordine e continuo. Vado più a fondo e tocco quello che era una mozzarella bianca e succosa, piena ora di piccolissimi vermi. Ne strappo un pezzo gocciolante di siero giallastro, lo assaggio. E' acida e sento distintamente in bocca l'agitarsi delle larve, ancora per poco, mastico velocemente e tutto si riduce ad un indistinta massa tossica. Ingoio. Il tappo di uno yogurt rimane attaccato alla manica della camicia, lecco quello che ne rimane, è acido. Filamenti fastidiosi fra i denti. La nausea mi attanaglia e lacrimano gli occhi. Non piango, lacrimo. Cicche di sigarette, cenere. Ne accendo una e aspiro quel che ne rimane, catrame disgustoso. Arrivo al filtro e spengo il tizzone sull umido della verdura marcia, poi assaggio anche quella, sa di muffa. Sembra non ci sia più nulla se non liquidi fermentati e ciocche di vecchi capelli sparse un po' ovunque.
Ora la busta è vuota e occorre sia di nuovo satura di ciò che dà angoscia e vergogna. Di quello che, sperando scompaia, chiudo stretto in sacchi di plastica e getto via. Ripenso al manuale di auto liberazione, forse ho capito.
Accatastato in un angolo lo schifo inutile infilo la testa nella busta e lego stretto. Sdraiandomi sorrido, sempre più addormentato e nervoso, sempre più simile al vero. Chiudo gli occhi, finalmente smetto di lacrimare e piango. Proprio oggi ho scoperto il nome di mia figlia, Odusia.